Venerdì prossimo, 27 gennaio, finalmente uscirà in tutte le sale "A.C.A.B. - All Cops Are Bastards" ed oggi c'è stata l'antemprima stampa con tanto di conferenza. Io non ero presente ma avevo consegnato a Daniele Cesarano un messaggio da leggere, una riflessione personale sul film. Non so se il messaggio è stato letto (forse non c'è stata occasione di farlo) ma lo pubblico anche qui sul blog, per condividerlo con chiunque si trovi a navigare in queste acque virtuali.
"A.C.A.B. non è un film che ho a cuore. Di più, ce l’ho nell’anima…
Nella mia vita c’è un prima A.C.A.B. ed un dopo A.C.A.B. Perché lavorare a questo film è stato un viaggio personale che mi ha cambiato professionalmente ed umanamente.
Il motivo? Potrei dirvi che è per Il materiale narrativo difficile da rielaborare. Potrei dirvi perché il film tratta una tematica spinosa… ma questi sono i dettagli pratici del lavoro. La verità è che A.C.A.B. mi ha sbattuto in faccia una realtà dura. A.C.A.B. mi ha messo in contatto con la parte più nera di me, quella che non amiamo mostrare, che cerchiamo di negare, raccontandoci in un modo che è solo parzialmente vero. Una parte oscura, pressata e relegata in un angolo. Una parte che diventa un animale rabbioso chiuso in gabbia. Una parte che sfoghiamo solo in alcuni momenti quando apriamo il tappo della nostra pentola a pressione.
Sto parlando dell’odio. Un sentimento fin troppo vituperato e messo ai margini. Quasi si volesse volutamente allontanarlo, quasi si avesse paura di affrontarlo. Ma che fa parte di noi, come i sentimenti più nobili. A.C.A.B. però non mi ha lasciato scampo, mi ha preso e mi ha sbattuto in faccia tutto quello che attraversa le mie viscere. E mi ha costretto ad accettarlo. Mi ha costretto a spogliarmi di tutte le mie sovrastrutture e a guardare me stesso e quello che mi circonda in modo diverso.
Dopo un anno e mezzo di lavoro, dopo aver guardato in faccia la parte più oscura di me e dopo averla accettata, mi trovo una persona diversa e il mio sguardo sul mondo è cambiato.
Non penso e non pretendo che voi spettatori di questo film viviate un viaggio emotivo paragonabile al mio. Le implicazioni ed i coinvolgimenti sono completamente differenti. Ma sono sicuro che questo film sposterà leggermente il vostro fuoco, costringendovi a guardare e a guardarvi diversamente.
Lasciate perdere le ideologie, lasciate perdere le sovrastrutture e le facili polemiche. I personaggi di A.C.A.B. sono calati in un mondo fatto di odio costante e continuo. Ed è lo stesso identico mondo in cui viviamo noi. Accettateli ed accettatevi."
Macchiedinchiostro.it
lunedì 23 gennaio 2012
A.C.A.B. una riflessione personale...
giovedì 27 ottobre 2011
Concorso Stellare: capitolo finale...
Con ben un mese di ritardo, ecco arrivare l'ultimo racconto del Concorso Stellare, terzo posto pari merito. Più che un racconto è una testimonianza, un atto d'amore nei confronti della trilogia. Bando alle ciance: eccovi Ricomprata Iuvant, il parto di Lorenzo Fantoni.
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Ricomprata
Iuvant
di
Lorenzo Fantoni
"Scrivi
qualcosa su Star Wars".
Eh
La
fate facile voi.
Star
Wars è talmente radicato nella mia infanzia, e nel mio presente, che il solo
pensarci attiva così tanti collegamenti che il cervello mi va in blocco, come
un server che non riesce a gestire tutte le richieste. Quando hai visto la
prima trilogia così presto che neppure ti ricordi quando è stato, e dici ai
tuoi genitori che potevano anche farti nascere prima, così magari te lo gustavi
al cinema, quando la prima cosa che hai comprato quando ti sei andato a vivere
da solo è stato un accappatoio Jedi... beh scrivere qualcosa su Star Wars
comincia a diventare difficile, dannatamente difficile.
E'
un po' come scrivere del primo amore, tutto diventa idealizzato, patinato,
scontato, le emozioni si accatastano e annacquano in una sorta di caldo brodo
della memoria, una pozione dolce e tentatrice, capace di farti scrivere
tremende banalità.
E
se mi buttassi a corpo morto sulla fanfiction? L'universo è vasto, le storie
tanto, sicuramente potrei trovare quella giusta per me.
Uno
stilista specializzato in pellicce di Ewok che deve fronteggiare un'improvvisa
mancanza di pellicce causata dalla guerra?
I
turbamenti di un Wookie con l'alopecia?
Descrivere
il torbido momento attraversato dalla Principessa Leia alla corte di Jabba?
La
triste vicenda dei due poveri cristi che dovevano muovere a mano le porte
scorrevoli, e che si beccavano il cazziatone da Lucas se non lo facevano in
sincrono?
L'appassionante
vicenda dell'amore proibito tra Yoda e Alf?
Non
so, non sono sicuro. Sinceramente, ne basta uno a inquinare un universo che era
già perfetto 30 anni fa.
Frustrato
per la mancanza di idee, ho deciso di scendere in cantina e recuperare lo
scatolone con tutti i miei giocattoli della saga.
Ho
di tutto, perfino un AT-AT ancora funzionante, ero un bambino che teneva in
maniera maniacale ai propri giochi, e sono quasi sicuro che mio figlio non li
vedrà mai, non vorrei dover seppellire mio figlio perché ha staccato la testa al
pupazzetto di Bib Fortuna.
Ho
cominciato a rovistare nello scatolone, così, senza sapere dove la sorte mi
avrebbe fatto posare la mano. Ho trovato un'ala del Tie Fighter, che ho
provveduto a riattaccare al resto dello scafo, un'ascia, probabilmente della
guardia gamorreana, e la principessa Leia.
L'ho
guardata un attimo, riflettendo sul fatto che all'epoca un mondo in cui non
c'erano praticamente donne, e l'unica presente era un maschiaccio, mi sembrava
assolutamente normale, era una realtà che potete perfettamente comparare al mio
parco giochi, chissà se Lucas ci ha mai pensato.
Ho
continuato a rovistare, e per puro caso è venuta fuori di nuovo la principessa
Leia, ma stavolta con il vestito che indossa su Endor.
Ma
perché mi ero comprato entrambe le versioni? Che me ne fregava di avere due
versioni della principessa Leia? O due versioni di Han Solo, o di Luke?
Beh,
mi sono risposto, semplice, ero un bambino e i bambini fanno così, comprano
tutto ciò che riguarda i loro miti, anche se non gli serve, anche solo per dire
che ce l'hanno, oppure per un precoce spirito da collezionista.
Ma
poi sono cresciuto, sono cambiato, e fortunatamente non ci casco più.
Seee..
magari.
E
allora ho rimesso i giocattoli al loro posto, ho chiuso lo scatolone e ho
sorriso, e ho capito che l'unica cosa che potevo dire su Star Wars lo dicevano
già quelle due versioni della principessa Leia.
Adesso
che sta per uscire la versione Blu-Ray sono ancora li, come molti di voi, a
comprare per l'ennesima volta qualcosa che abbiamo già.
Forse
è questo lo spirito di Guerre Stellari, forse è per questo che lo facciamo.
Perché
anche se paghiamo dei mutui, se facciamo riunioni internazionali, se annodiamo
la cravatta tutte le mattina o cerchiamo di smettere di fumare perché il
dottore ci ha detto che è meglio, siamo anche una generazione che ha scelto di
vivere nel passato. Perché il futuro è arrivato, e non abbiamo ancora le nostre
fottute macchine volanti e le nostre spade laser, quindi dentro di noi vogliamo
solo tornare quei ragazzini che volevano tutto, che avevano tutto, figli di un
consumismo che muoveva i primi pesantissimi passi.
Perché
la forza, neppure tanto segreta del marketing è questa, farci tornare per un
attimo dei bambino col giocattolo nuovo, e fra le tante cose inventate o
rielaborate da Star Wars, il marketing è probabilmente quella venuta meglio.
Sono
uscito dalla cantina e sono tornato verso casa, e mentre tornavo in motorino
verso casa, il portachiavi con lo Stormtrooper della LEGO dondolava ad ogni
accelerazione, ricordandomi che per qualche secondo al giorno, potevo ancora
essere il bambino che si è quasi tagliato una mano co neon, cercando di fare
una spada laser.
Et voilà, possiamo scrivere la tanto attesa parola "fine" al Concorso Stellare. E' stato divertente per tutti, meno per il povero Lorenzo che ha dovuto aspettare un mese e passa per vedere pubblicato il suo racconto. Vabé, hai vissuto di nuovo la spasmodica attesa di Episode I.
E che la Forza sia con tutti voi!!!
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lunedì 26 settembre 2011
Concorso Stellare: Anno 2105 - Beta Laser
Prima di tutto mi scuso per la mancata puntualità nella pubblicazione del racconto di Lorenzo Righi, ma il weekend la Forza và in vacanza. Comunque sia, eccoci qua, introdotti ancora una volta da una simpatica striscia di Michele Carminati, a presentarvi la fatica di Lorenzo, Anno 2105 - Beta Laser, arrivato terzo parimento al concorso per racconti. Senza troppe ciance, vi lascio alla lettura.
Le luci in sala si accesero di colpo. Un brusio leggero si levò nell’aria, accompagnato da sporadici schiamazzi e rari tentativi di applausi. Il film era finito e il cinema cominciò lentamente a svuotarsi.
Sam rimase seduto per qualche minuto, prima di alzarsi. Fissò perplesso lo schermo e tutti quei titoli di coda che si succedevano uno dopo l’altro, accompagnati da un’epica musica che, a suo avviso, poco aveva a che fare con il film appena visto.
Prima ancora che la pellicola si esaurisse del tutto, Sam sbuffò e saltò in piedi con un agile balzo.
«Porca puttana.» Sussurrò fra sé.
Neanche mezz’ora più tardi era a casa, solo con suo fratello Mark, il che era quasi una novità considerando tutte le ragazze che lì transitavano quotidianamente, a partire dalla porta d’ingresso fino ad arrivare a quella della sua camera. Un occhio occasionale avrebbe di certo sospettato qualche strano traffico, notando tutto quel movimento. Di certo i vicini ormai ci avevano fatto l’abitudine.
«Melissa, dov’è?» Esordì Sam, rivolto al fratello.
«Abbiamo rotto.» Rispose lui senza guardarlo, continuando a sorseggiare lentamente la sua birra ghiacciata mentre riposava sul divano.
«Ma non andavate d’accordo fino a…»
«Zitto!» Lo interruppe Mark, stavolta fissandolo negli occhi e minacciandolo con un dito. «Non voglio sentire sempre le solite cose da parte tua. Abbiamo rotto, fine della storia… O, più che altro, lei ha rotto a me.» Aggiunse infine.
Sam alzò gli occhi al cielo e si avvicinò al frigo con l’intenzione di far compagnia al fratello in una bevuta.
«Come ti è sembrato il film, allora?» Ruppe il silenzio, Mark.
«Carino… Un po’ infantile, a dire il vero. E la sceneggiatura lasciava molto a desiderare.»
Mark si voltò di nuovo, stupito, e lo guardò strabuzzando gli occhi.
«Stiamo parlando dello stesso film?» Disse con un tono quasi scandalizzato.
«Non rompere le palle! L’ho capito che ritieni di essere un fan migliore di quanto lo sia io e che non vuoi sentir ragioni. Non mi è piaciuto! Posso forse farci qualcosa?»
Mark parve irritato dal tono assunto dal fratello, ma decise di non replicare allo stesso modo.
«Ascolta… ne abbiamo già parlato. È una saga leggendaria!» Scolò l’ultimo sorso di birra, si alzò e fronteggiò Sam. «Quale altra saga cinematografica sopravvissuta più di cento anni, come questa, ti viene in mente?»
«James Bond?»
«Corretto.» Affermò Mark, come colpito in fallo. «Ma a Bond manca quell’epicità che solo un’opera di ampio respiro, come questa, può darti.»
«Ampio respiro?» Sam lo guardò perplesso. «Ma parla potabile, fratello! Questo film di ampio non aveva neanche la durata. Appena una mezz’ora…»
«La sintesi è il futuro!» Irruppe Mark, scandendo con enfasi le ultime parole. «Cosa vuoi, ancora uno di quei film da un’ora o un’ora e dieci? Andiamo! Pensa che le prime versioni di questa saga duravano qualcosa come due ore, o forse anche di più! Ma ci pensi? Stare seduti davanti allo schermo per tutto quel tempo! Ridicolo! Per fortuna c’è il progresso.»
«Per fortuna, già…»
«Non ti vedo convinto.»
«Non lo sono. Non è forse questo fottuto progresso di cui tanto ti piace parlare ad aver segato dal film un gran personaggio del calibro di Pelota?»
«L’Abate Pelota.» Ripeté sussurrando, assorto nel rimpianto come di un vecchio amico adesso perduto. «Beh, sì. Lo sai che ci sono rimasto male anch’io. Però l’ha detto, Jett… è per il bene della serie. La sua storyline era troppo complessa per il pubblico e il suo strano modo di parlare, con quell’accento spagnoleggiante… beh, effettivamente era più confusionario che altro.»
«Mah, non ne sono convinto. E poi quante versioni avranno fatto, ormai, dai tempi dell’originale di George Lucas, il padre di Jett? Infinite. Ormai si contano anche un paio di remake all’anno! E poi nessuno parla di speculazione…»
«È una missione, altro che! Per il bene di tutti!»
«Bah! Facessero soltanto in modo che l’opera duri nel tempo, allora capirei. Tutte queste modifiche, invece, non le capisco. Chissà quante cose sono cambiate dall’originale. Chissà quanti bei personaggi abbiamo perso!» Mark sembrò quasi intristirsi sentendo questa affermazione, e Sam approfittò della rara contemplazione del fratello per continuare. «Chissà! Per quanto ne sappiamo le Terre di Galacsi potrebbero essere state piene di giraffe viola con dei cannoni a tracolla, oppure potrebbe esserci stata una sottospecie di cammelli umanoidi stupidi e dalle orecchie lunghe che parlano con un accento spagnolo come Pelota. Anzi, inglese! Oppure russo. Ma mettiamoci un po’ di tutto. Ahahah! Ma te lo immagini?»
«Ahahah! Sarebbe ridicolo!» Concordò il fratello.
«Pazienza! Vorrà dire che, quando uscirà la versione β Laser di questo ultimo remake, ci godremo con calma tutte quelle degli ultimi dieci anni, sicuramente migliori, che includeranno come promesso.»
«Ah, non vedo l’ora. Sarà uno dei migliori acquisti mai fatti!» Affermò soddisfatto Mark, gongolando al solo pensiero.
«Cazzo, sì!» Enfatizzò il tutto Sam. «In fondo si sa. Noi fan siamo instancabili e saremo sempre dalla loro parte, nonostante tutto.»
«Puoi dirlo forte! Lunga vita a quel genio di George, da cui è nato tutto!»
«Pace all’anima sua, sì. Ha fatto la storia del cinema, quel colosso!»
«Di più, di più.» Ribatté convinto Mark, accompagnando le sue parole con qualche pacca sulla schiena del fratello. «Ha creato un mondo; un universo. Ha creato qualcosa di vivo, per noi. Così vivo che a volte chiudiamo gli occhi e ci sembra di viverci, in quella dimensione incredibile.»
«Ma come parli? Sembri uno di quei vecchi critici in tv.»
«Parlo da fan. Non lo sei, forse, anche tu?»
Sam sorrise di rimando al fratello, e per qualche secondo si guardarono in silenzio.
«Eccome.» Disse, infine. «Come si può non esserlo? Lunga vita a Star Wars. Sempre.»
Anno 2105 - Beta Lasera di Lorenzo Righi
“C’era una volta,
in un regno dimenticato, il castello di Abran, i cui abitanti erano noti per la loro indole buona e pacifica in tutte le Terre di Galacsi.
In quel castello viveva una principessa di nome Ariel, celeberrima attivista del partito di Nuova Speranza, che salvaguardava prima di ogni altra cosa gli interessi dei più poveri e abietti delle Terre di Galacsi.
Suoi alleati erano i monaci dell’Abbazia di Corussa. Indomabili e fieri, andavano a predicare il bene, diffondevano il loro verbo, stretti nel loro saio marrone, motivo di orgoglio per quell’ordine monastico.
Non tutto, però, era stabile e tranquillo nelle Terre di Galacsi. L’Impero, indipendente dal regno di Abran, minacciava la pace portando morte e guerra dove esse ancora non c’erano, per mano del terribile Wadel Fënor, al diretto servizio del crudele Zar che da sempre tramava per il dominio.
Le loro stragi arrivarono a toccare perfino l’Abbazia di Corussa, sterminando gli ultimi monaci, simbolo di una speranza ormai perduta, e consegnando quella zona al dominio dispotico del temuto gangster conosciuto come Er Capone Cohutt.
Dalle ceneri della sacra Abbazia, però, un giorno emerse un ultimo monaco vivo per miracolo, con sommo stupore di tutti. Luca Pellegrino dei Cieli divenne un simbolo di speranza, per il popolo soggiogato, e ottenne subito il benestare e la protezione della principessa Ariel.
Le voci su questo fresco alleato del partito di Nuova Speranza non tardarono a raggiungere lo Zar. L’Impero inviò immediatamente il fido Wadel Fënor ad allearsi con Er Capone, nel tentativo di consegnare Luca Pellegrino a quella che essi osavano definire giustizia.
Solo l’improvviso aiuto di un noto bandito di nome Giano, accompagnato dal feroce gorilla Masticatore dal quale mai si separava, assicurò la salvezza a Luca e Ariel. In groppa alla leggendaria creatura, il Falco Millenario, fuggirono dalle Terre di Galacsi, lasciandosi alle spalle le forze imperiali, nel tentativo di raggiungere l’avamposto ribelle ai confini del pianeta…”
in un regno dimenticato, il castello di Abran, i cui abitanti erano noti per la loro indole buona e pacifica in tutte le Terre di Galacsi.
In quel castello viveva una principessa di nome Ariel, celeberrima attivista del partito di Nuova Speranza, che salvaguardava prima di ogni altra cosa gli interessi dei più poveri e abietti delle Terre di Galacsi.
Suoi alleati erano i monaci dell’Abbazia di Corussa. Indomabili e fieri, andavano a predicare il bene, diffondevano il loro verbo, stretti nel loro saio marrone, motivo di orgoglio per quell’ordine monastico.
Non tutto, però, era stabile e tranquillo nelle Terre di Galacsi. L’Impero, indipendente dal regno di Abran, minacciava la pace portando morte e guerra dove esse ancora non c’erano, per mano del terribile Wadel Fënor, al diretto servizio del crudele Zar che da sempre tramava per il dominio.
Le loro stragi arrivarono a toccare perfino l’Abbazia di Corussa, sterminando gli ultimi monaci, simbolo di una speranza ormai perduta, e consegnando quella zona al dominio dispotico del temuto gangster conosciuto come Er Capone Cohutt.
Dalle ceneri della sacra Abbazia, però, un giorno emerse un ultimo monaco vivo per miracolo, con sommo stupore di tutti. Luca Pellegrino dei Cieli divenne un simbolo di speranza, per il popolo soggiogato, e ottenne subito il benestare e la protezione della principessa Ariel.
Le voci su questo fresco alleato del partito di Nuova Speranza non tardarono a raggiungere lo Zar. L’Impero inviò immediatamente il fido Wadel Fënor ad allearsi con Er Capone, nel tentativo di consegnare Luca Pellegrino a quella che essi osavano definire giustizia.
Solo l’improvviso aiuto di un noto bandito di nome Giano, accompagnato dal feroce gorilla Masticatore dal quale mai si separava, assicurò la salvezza a Luca e Ariel. In groppa alla leggendaria creatura, il Falco Millenario, fuggirono dalle Terre di Galacsi, lasciandosi alle spalle le forze imperiali, nel tentativo di raggiungere l’avamposto ribelle ai confini del pianeta…”
FINE
DELLA PRIMA PARTE
Le luci in sala si accesero di colpo. Un brusio leggero si levò nell’aria, accompagnato da sporadici schiamazzi e rari tentativi di applausi. Il film era finito e il cinema cominciò lentamente a svuotarsi.
Sam rimase seduto per qualche minuto, prima di alzarsi. Fissò perplesso lo schermo e tutti quei titoli di coda che si succedevano uno dopo l’altro, accompagnati da un’epica musica che, a suo avviso, poco aveva a che fare con il film appena visto.
Prima ancora che la pellicola si esaurisse del tutto, Sam sbuffò e saltò in piedi con un agile balzo.
«Porca puttana.» Sussurrò fra sé.
Neanche mezz’ora più tardi era a casa, solo con suo fratello Mark, il che era quasi una novità considerando tutte le ragazze che lì transitavano quotidianamente, a partire dalla porta d’ingresso fino ad arrivare a quella della sua camera. Un occhio occasionale avrebbe di certo sospettato qualche strano traffico, notando tutto quel movimento. Di certo i vicini ormai ci avevano fatto l’abitudine.
«Melissa, dov’è?» Esordì Sam, rivolto al fratello.
«Abbiamo rotto.» Rispose lui senza guardarlo, continuando a sorseggiare lentamente la sua birra ghiacciata mentre riposava sul divano.
«Ma non andavate d’accordo fino a…»
«Zitto!» Lo interruppe Mark, stavolta fissandolo negli occhi e minacciandolo con un dito. «Non voglio sentire sempre le solite cose da parte tua. Abbiamo rotto, fine della storia… O, più che altro, lei ha rotto a me.» Aggiunse infine.
Sam alzò gli occhi al cielo e si avvicinò al frigo con l’intenzione di far compagnia al fratello in una bevuta.
«Come ti è sembrato il film, allora?» Ruppe il silenzio, Mark.
«Carino… Un po’ infantile, a dire il vero. E la sceneggiatura lasciava molto a desiderare.»
Mark si voltò di nuovo, stupito, e lo guardò strabuzzando gli occhi.
«Stiamo parlando dello stesso film?» Disse con un tono quasi scandalizzato.
«Non rompere le palle! L’ho capito che ritieni di essere un fan migliore di quanto lo sia io e che non vuoi sentir ragioni. Non mi è piaciuto! Posso forse farci qualcosa?»
Mark parve irritato dal tono assunto dal fratello, ma decise di non replicare allo stesso modo.
«Ascolta… ne abbiamo già parlato. È una saga leggendaria!» Scolò l’ultimo sorso di birra, si alzò e fronteggiò Sam. «Quale altra saga cinematografica sopravvissuta più di cento anni, come questa, ti viene in mente?»
«James Bond?»
«Corretto.» Affermò Mark, come colpito in fallo. «Ma a Bond manca quell’epicità che solo un’opera di ampio respiro, come questa, può darti.»
«Ampio respiro?» Sam lo guardò perplesso. «Ma parla potabile, fratello! Questo film di ampio non aveva neanche la durata. Appena una mezz’ora…»
«La sintesi è il futuro!» Irruppe Mark, scandendo con enfasi le ultime parole. «Cosa vuoi, ancora uno di quei film da un’ora o un’ora e dieci? Andiamo! Pensa che le prime versioni di questa saga duravano qualcosa come due ore, o forse anche di più! Ma ci pensi? Stare seduti davanti allo schermo per tutto quel tempo! Ridicolo! Per fortuna c’è il progresso.»
«Per fortuna, già…»
«Non ti vedo convinto.»
«Non lo sono. Non è forse questo fottuto progresso di cui tanto ti piace parlare ad aver segato dal film un gran personaggio del calibro di Pelota?»
«L’Abate Pelota.» Ripeté sussurrando, assorto nel rimpianto come di un vecchio amico adesso perduto. «Beh, sì. Lo sai che ci sono rimasto male anch’io. Però l’ha detto, Jett… è per il bene della serie. La sua storyline era troppo complessa per il pubblico e il suo strano modo di parlare, con quell’accento spagnoleggiante… beh, effettivamente era più confusionario che altro.»
«Mah, non ne sono convinto. E poi quante versioni avranno fatto, ormai, dai tempi dell’originale di George Lucas, il padre di Jett? Infinite. Ormai si contano anche un paio di remake all’anno! E poi nessuno parla di speculazione…»
«È una missione, altro che! Per il bene di tutti!»
«Bah! Facessero soltanto in modo che l’opera duri nel tempo, allora capirei. Tutte queste modifiche, invece, non le capisco. Chissà quante cose sono cambiate dall’originale. Chissà quanti bei personaggi abbiamo perso!» Mark sembrò quasi intristirsi sentendo questa affermazione, e Sam approfittò della rara contemplazione del fratello per continuare. «Chissà! Per quanto ne sappiamo le Terre di Galacsi potrebbero essere state piene di giraffe viola con dei cannoni a tracolla, oppure potrebbe esserci stata una sottospecie di cammelli umanoidi stupidi e dalle orecchie lunghe che parlano con un accento spagnolo come Pelota. Anzi, inglese! Oppure russo. Ma mettiamoci un po’ di tutto. Ahahah! Ma te lo immagini?»
«Ahahah! Sarebbe ridicolo!» Concordò il fratello.
«Pazienza! Vorrà dire che, quando uscirà la versione β Laser di questo ultimo remake, ci godremo con calma tutte quelle degli ultimi dieci anni, sicuramente migliori, che includeranno come promesso.»
«Ah, non vedo l’ora. Sarà uno dei migliori acquisti mai fatti!» Affermò soddisfatto Mark, gongolando al solo pensiero.
«Cazzo, sì!» Enfatizzò il tutto Sam. «In fondo si sa. Noi fan siamo instancabili e saremo sempre dalla loro parte, nonostante tutto.»
«Puoi dirlo forte! Lunga vita a quel genio di George, da cui è nato tutto!»
«Pace all’anima sua, sì. Ha fatto la storia del cinema, quel colosso!»
«Di più, di più.» Ribatté convinto Mark, accompagnando le sue parole con qualche pacca sulla schiena del fratello. «Ha creato un mondo; un universo. Ha creato qualcosa di vivo, per noi. Così vivo che a volte chiudiamo gli occhi e ci sembra di viverci, in quella dimensione incredibile.»
«Ma come parli? Sembri uno di quei vecchi critici in tv.»
«Parlo da fan. Non lo sei, forse, anche tu?»
Sam sorrise di rimando al fratello, e per qualche secondo si guardarono in silenzio.
«Eccome.» Disse, infine. «Come si può non esserlo? Lunga vita a Star Wars. Sempre.»
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Ultimo appuntamento domani, per il terzo posto pari merito: Star Wars di Lorenzo Fantoni
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venerdì 23 settembre 2011
Mozzarella Stories: da oggi al cinema!
Torniamo felici e soddisfatti dall'anteprima nazionale di Mozzarella Stories (QUI il sito ufficiale, QUI la pagina Facebook del film), tenutasi ieri sera al cinema Duel di Caserta. Il cinema era pieno, la proiezione si è dovuta svolgere in due sale diverse, con gente che ha guardato il film in piedi. Si giocava in casa, sì, visto che la pellicola è ambientata ed è stata girata interamente lì. Ma se la nutrita presenza era prevedibile, il gradimento di un film non è mai scontato. E il gradimento è stato decisamente molto alto. Ecco, dopo questo battesimo di "caglio e sangue", oggi Mozzarella Stories arriva nelle sale. A questo sarete voi che ci direte cosa ne pensate. Il cinema è bello proprio per la sua assoluta democraticità. E' il pubblico che decide, che affossa pellicole costose e premia piccoli gioielli e viceversa.
Dunque a tutti coloro che hanno contribuito al film non posso che augurare un democratico: TANTA MERDA (di bufala ovviamente...)!!!!
A tutti gli altri invece auguro: BUONA VISIONE.
Vi lasciamo con un paio di immagini rubate alla serata...
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Concorso Stellare: Uno Jedi di provincia
E dopo il primo classificato, pubblichiamo l'illustrissimo secondo classificato del Concorso Stellare. Ecco a voi, dunque, Uno Jedi di provincia di Roberto Recchioni che ci dimostra tutto il suo talento in questo omaggio alla Saga per eccellenza.
UNO JEDI DI PROVINCIA di Roberto Recchioni
La Forza è sempre
stata un pallino della mia famiglia.
Mio padre era un Jedi.
Mio padre era un Jedi.
Mio nonno era un
Jedi.
Il nonno di mio
nonno era un Jedi.
E così su nonno.
Ma ogni generazione era più piccola e debole di quelle che l’aveva preceduta, come se nel nostro albero genealogico, la Forza andasse asssotigliandosi via, via che passava di ramo in ramo.
Io ero l’ultimo ramo.
Il più fragile.
Se qualcuno avesse insinuato che le mie capacità Jedi fossero state poco più di quelle di un buon illusionista, non sarebbe andato troppo lontano dalla verità e a me la cosa non dava fastidio.
Mio padre aveva partecipato alla guerra dei Cloni e in quella guerra ci era morto.
Anche mio nonno era morto in una guerra. E così suo nonno.
Io non avevo intenzione di partecipare a nessuna guerra e tantomeno di morirci dentro.
Sul mio pianeta ero conosciuto per le mie capacità di guaritore e per i trucchi di prestigio che facevo per i bambini e mi sembrava una bella vita, passata su un pianeta ai margini della galassia. Un bel pianeta, con campi di grano a perdita d’occhio, cieli azzurri e aria pulita.
La Repubblica era lontana e non sentivamo la sua assenza.
Ma le cose cambiarono.
Di colpo si venne a sapere che la Repubblica, di cui non sentivamo la mancanza, non c’era più.
Al suo posto c’era l’Impero, e dell’Impero non avremmo potuto sentire la mancanza visto che aveva appena sbarcato un piccolo contingente di soldati e di ufficiali che andavano a sostituire la nostra guardia di volontari.
Non so bene chi disse agli Imperiali che sul pianeta c’era l’ultimo discendente di una rinomata famiglia di cavalieri Jedi, e non ho nemmeno ben capito perché l’Impero ce l’avesse tanto a morte con loro, quello che so, è che una volta che la piccola guarnigione si insidiò sul pianeta, si fece uno scrupolo di avvertire Darth Vader, il lord oscuro dei Sith, di venirmi a cercare.
Se l’Impero non vedeva di buon occhio gli Jedi, quella sorta di uomo nero li odiava e li cacciava ovunque si trovassero.
Ma ogni generazione era più piccola e debole di quelle che l’aveva preceduta, come se nel nostro albero genealogico, la Forza andasse asssotigliandosi via, via che passava di ramo in ramo.
Io ero l’ultimo ramo.
Il più fragile.
Se qualcuno avesse insinuato che le mie capacità Jedi fossero state poco più di quelle di un buon illusionista, non sarebbe andato troppo lontano dalla verità e a me la cosa non dava fastidio.
Mio padre aveva partecipato alla guerra dei Cloni e in quella guerra ci era morto.
Anche mio nonno era morto in una guerra. E così suo nonno.
Io non avevo intenzione di partecipare a nessuna guerra e tantomeno di morirci dentro.
Sul mio pianeta ero conosciuto per le mie capacità di guaritore e per i trucchi di prestigio che facevo per i bambini e mi sembrava una bella vita, passata su un pianeta ai margini della galassia. Un bel pianeta, con campi di grano a perdita d’occhio, cieli azzurri e aria pulita.
La Repubblica era lontana e non sentivamo la sua assenza.
Ma le cose cambiarono.
Di colpo si venne a sapere che la Repubblica, di cui non sentivamo la mancanza, non c’era più.
Al suo posto c’era l’Impero, e dell’Impero non avremmo potuto sentire la mancanza visto che aveva appena sbarcato un piccolo contingente di soldati e di ufficiali che andavano a sostituire la nostra guardia di volontari.
Non so bene chi disse agli Imperiali che sul pianeta c’era l’ultimo discendente di una rinomata famiglia di cavalieri Jedi, e non ho nemmeno ben capito perché l’Impero ce l’avesse tanto a morte con loro, quello che so, è che una volta che la piccola guarnigione si insidiò sul pianeta, si fece uno scrupolo di avvertire Darth Vader, il lord oscuro dei Sith, di venirmi a cercare.
Se l’Impero non vedeva di buon occhio gli Jedi, quella sorta di uomo nero li odiava e li cacciava ovunque si trovassero.
Era forte.
Mille volte più forte di me, di mio padre, di suo nonno, del nonno del nonno e così via.
Mille volte più forte di me, di mio padre, di suo nonno, del nonno del nonno e così via.
Anche se ci fossimo
messi tutti insieme, io e quelli della mia famiglia, non saremmo mai riusciti a
sconfiggerlo.
E per questo che feci l’unica cosa che un uomo assennato potesse fare:
mi imbarcai sulla prima nave in partenza e cercai di metter il maggior spazio possibile tra me, l’Impero e i Sith.
Oggi sono ancora in viaggio.
E per questo che feci l’unica cosa che un uomo assennato potesse fare:
mi imbarcai sulla prima nave in partenza e cercai di metter il maggior spazio possibile tra me, l’Impero e i Sith.
Oggi sono ancora in viaggio.
Un fuggitivo come
tanti.
Con me, ho solo un mucchio di stracci e qualche vecchio cimelio, tra cui la vecchia spada laser di mio nonno.
E’ pesante e sgraziata, rispetto a quelle che si costruiscono oggi, ma è l’unica arma di cui dispongo, visto che le mie capacità Jedi non si sono mai sviluppate al punto di rendermi capace di costruirne una mia.
Con me, ho solo un mucchio di stracci e qualche vecchio cimelio, tra cui la vecchia spada laser di mio nonno.
E’ pesante e sgraziata, rispetto a quelle che si costruiscono oggi, ma è l’unica arma di cui dispongo, visto che le mie capacità Jedi non si sono mai sviluppate al punto di rendermi capace di costruirne una mia.
Mi chiedo se
funzioni ancora.
La accendo, e il suo
rumore spaventoso ed elettrizzante, riempie la stiva del cargo corelliano in
cui mi trovo. Osservo la sua luce, di quel pallido giallino che è lo stesso
degli occhi di tutta la mia famiglia. E in quella luce, vedo il mio volto.
E capisco.
La Forza scorre debole in me.
La mia spada è
vecchia e ho paura.
Ma sono un Jedi,
come mio padre, prima di me.
Cammino sulla via
della Forza.
Morire in nome di
essa, è una tradizione di famiglia.
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A domani, con Beta Laser di Lorenzo Righi!
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giovedì 22 settembre 2011
Concorso Stellare: Ritorno alle origini
Come promesso, iniziamo a pubblicare i racconti che hanno vinto il Concorso Stellare, legato all'uscita dell'edizione definitiva in Blue Ray di Star Wars ®. Cominciamo ovviamente con il primo classificato Emanuele Borghetti e il suo Ritorno alle origini. In testa e in coda, due spassose strisce del Maestro Yambu di Michele Carminati.
RITORNO ALLE ORIGINI di Emanuele Borghetti
Solo il ronzio delle apparecchiature rompeva il silenzio. I
tre uomini non si guardavano. Hill, seduto con le gambe tese e le mani
appoggiate sulle ginocchia, cercava di impedire alla paura di prendere il
sopravvento e continuava a leggere nervosamente il display. Hayes, seduto due
metri di fronte a lui, sudava freddo e guardava per terra con la bocca aperta e
i muscoli tesi. Ward, in piedi davanti alla finestra, le mani unite dietro la
schiena, vagava con lo sguardo oltre il vetro. Il display indico 10 minuti al
termine della carica e Hill si alzò di scatto, incapace di rimanere ancora
fermo. Hayes, improvvisamente scosso dal torpore, lo guardò allarmato aprendo
ancora di più la bocca. Ward non si mosse. Hill si diresse verso la pistola
posata sul tavolo ma la mano di Hayes gli prese con violenza un braccio. Hill
si girò trovandosi di fronte il viso dell'amico. All'ombra della fioca luce
rossa il volto cereo dallo sguardo allucinato su cui colavano goccioline di
sudore era orribile a vedersi.
- Fermiamoci - supplicò Hayes
Di fronte al panico dell'altro Hill recuperò in un attimo la
calma.
- Abbiamo stabilito tutto a tempo debito . Siamo rimasti
d'accordo che è l'unica cosa da fare.
- No... si... cioè non lo so più... oh Cristo... - Hayes
lasciò il braccio di Hill e franò nuovamente sulla sedia, annientato.
Ward si girò guardando i due senza dire nulla.
- Siamo riusciti per un pelo a trovare energia per una
persona, abbiamo la certezza matematica che funzionerà. Dobbiamo farlo adesso
perché i sacerdoti ci stanno alle costole - affermò con decisione Hill - Poche
ore ancora e finiremmo in cella di rieducazione circondati da decine di quegli
esseri assurdi che parlano, parlano sempre. Anderson è impazzito. Lo sa no? che
passerà il resto della vita in una cella imbottita a sbavare. Wood è stato
catturato due giorni fa e lo stanno torturando. Dobbiamo farlo anche per loro.
- Si - ammise Hayes, - per loro. Ma chi siamo noi per
decidere il destino dell’umanità? Miliardi di persone che forse preferiscono
vivere così… - la voce strozzata gli
impedì di continuare.
- Piuttosto che sparire? – concluse Ward. – Ne abbiamo già
parlato, vecchio mio. Ricordate? Il destino che ci aspetta è una lenta agonia
fatta di pazzia. Questo mondo è finito ma la gente chiude gli occhi per cercare
di sopportare i sacerdoti e non se ne rende conto. E’ l’unica soluzione.
Hayes lo sapeva.
Tutte le ipotesi erano state considerate, studiate, scartate una a una
fino all'ultima, discussa per mesi e votata da tutti i membri del gruppo. Anche
da Anderson che sbavava con le braccia bloccate da una camicia di forza e da
Wood, ormai nelle mani di quei mostri.
- Scusatemi, lo so che non possiamo fare altro - ammise con
un filo di voce. – E’ che è come sostituirci a Dio... - e il pensiero lo lasciò
senza fiato.
- Ma Dio è lui ormai - rispose Ward.
La mente di tutti andò all’immagine olografica dell'uomo
diventato Dio che svettava sulla facciata di ogni tempio della Terra.
- Si – Disse Hill. - Hanno stravolto la storia, nessuno sa più
cosa è veramente successo due secoli fa. Ci ho messo anni per recuperare i film
e capire. Nessuno ricorda ormai che i sacerdoti sono stati prodotti in
laboratorio copiando il modello inventato da quell'uomo, per essere venduti nei
negozi come animali per bambini. E che si sono ribellati costruendo un mondo in
cui noi siamo gli schiavi e il loro creatore è Dio.
Rimasero in silenzio fino a quando un suono annunciò che la
macchina era pronta. Hill guardò imbarazzato gli altri. Adesso che tutto era
nelle sue mani non si sentiva più tranquillo come prima. Fece in fretta per
evitare cedimenti.
- Penso sia l’ora di dirci addio – disse.
Hayes si alzò con il viso che sembrava diventato di ghiaccio
ma gli altri sapevano che nel profondo del suo animo il terrore era rimasto.
- Addio. Ho pensato a lungo a cosa avrei detto in questo
momento e non sono riuscito a trovare le parole giuste - disse allungando la
mano verso Hill che gliela strinse.
- Addio amico mio - disse Ward stringendo a sua volta la
mano di Hill. I sottili baffetti biondi gli davano quell'aria placida che
niente era mai riuscito a scalfire, neanche il pensiero che tra pochi secondi
sarebbe potuto uscire dal flusso del tempo.
- Non so se sono più fortunato o sfortunato di voi - disse
Hill. – Magari potrei sopravvivere ma non so se vi ricorderò quando sparirete.
- Potrei non sparire – rispose Ward. – Improbabile ma non
impossibile.
- E' una probabilità quasi nulla - disse secco Hayes. -
Inutile farsi illusioni. E se anche accadrà non sareste quello che siete oggi.
- Vero. Potrei essere Dio. - concluse con la massima serietà
Ward.
- Questi fisici... - disse sbalordito Hayes guardandolo.
Con un sorriso amaro Hill salì sulla piattaforma infilandosi
in tasca il foglio con le istruzioni.
- No! - gli urlò Hayes. – Lo dovete tenere in mano, non fate
errori così banali proprio ora. Se arriverete senza la memoria di questi
momenti avrete bisogno di quel foglio per completare la missione.
Era vero, l’aveva dimenticato. Si scusò e tenne nella mano
sinistra il foglio mentre con la destra impugnava la pistola carica e pronta
all'uso. Poi guardò per l'ultima volta i due amici.
- Sono pronto - riuscì a dire deglutendo.
Ward si avvicinò al pannello e posò il dito sul pulsante.
- Buon viaggio – gli augurò mentre lo premeva.
Istantaneamente Hill si trovò in un posto indefinibile. Non
era più la stanza di un attimo prima, solo colore grigio che lo circondava, e
silenzio. Sentiva ancora i piedi per terra ma non c'era più terra su cui
poggiarli. Così dunque si viaggiava nel tempo. Ward e Wood avevano lavorato
oltre 10 anni per arrivare a questo risultato, riscoprendo le vere leggi della
fisica cancellate dalla pseudoscienza fatta di effetti speciali del nuovo
ordine mondiale. Hayes e Anderson avevano realizzato la macchina. Lui aveva
ideato la missione: bloccare l’uomo che senza volerlo aveva trasformato il
mondo in un inferno. Lui l’avrebbe portata a termine. Un minuto di viaggio per
tornare indietro di 237 anni, calcolati convertendo il nuovo Calendario
Galattico nel vecchio e dimenticato Calendario Gregoriano.
Mentre pensava a questo apparve una stanza. Il viaggio era
terminato di colpo, come era iniziato. Ci mise alcuni secondi per riprendersi
ma fortunatamente era alle spalle di un uomo seduto a una scrivania e non era
stato visto. Mentre lo osservava capì che la sua mente si stava rapidamente
annebbiando. I cambiamenti erano iniziati appena era apparso in un tempo in cui
non sarebbe dovuto esistere. Prima di scordare
completamente perché era lì guardò il foglio. C'era un'unica frase: uccidi
George Lucas. Con uno sforzo si concentrò sull'uomo che si era portato qualcosa
all'orecchio iniziando a parlare come se stesse rivolgendosi a un'altra
persona.
- Pronto? Ciao, sono George, George Lucas.
A quelle parole Hill si irrigidì. Puntò la pistola verso
l'uomo e rilesse il biglietto.
Uccidi George Lucas
Uccidi George Lucas
Uccidi George Lucas
Era il nome giusto ma esitava. Sentiva di avere bisogno di
una prova definitiva.
- Ho pensato al nome che ci mancava per quel nuovo
personaggio. Si, quello che non ti convince. Lo so che sembra infantile ma ti
assicuro che avrà successo, lo ricorderanno nei secoli a venire. Sono esagerato
dici? Vedremo. Lo chiamerò Jar Jar Binks.
Hill chiuse gli occhi e premette il grilletto.
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A domani con Uno Jedi di provincia di Roberto Recchioni!
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mercoledì 21 settembre 2011
Concorso Stellare: i vincitori
Et voilà, i cofanetti Blue Ray di Star Wars ® sono già da sette giorni nei migliori negozi (e in molte case immagino) e come promesso il blog puublica i risultati del concorso "letterario".
Bene, partiamo dicendo che il podio invece di tre se lo dovranno dividere in quattro (sì, c'è un pari merito, problemi?!?). E poi c'è pure una menzione speciale! Olalà, quanta roba! Ma, bando alle ciance andiamo al dunque. Rullo di tamburi, squillino le trombe e parta la fanfara di John Williams:
- Primo posto stellare: Emanuele Borghetti con il racconto Ritorno alle origini. Un divertissement ironico, originale, metalinguistico ma soprattuto molto ben scritto.
- Secondo posto stellare, Roberto Recchioni con il suo Uno Jedi di provincia. Per chi bazzica il mondo dei fumetti Roberto è sicuramente un nome che non ha bisogno di presentazioni, ma per chi non dovesse conoscerlo è l'autore di migliaia di pagine di buon fumetto (John Doe, Dylan Dog, David Murphy 911) e QUI potete trovare il suo seguitissimo blog. Roberto sa benissimo come scrivere e ce lo dimostra scegliendo la carta del racconto ambientato "dentro" all'universo di Star Wars.
- E infine pari merito Lorenzo Righi con il suo racconto Beta Laser, che ha diversi punti che lo accomunano al racconto di Borghetti, e Lorenzo Fantoni (QUI il suo blog) che con il suo Star Wars, firma una dichiarazione d'amore nei confronti della trilogia per eccellenza.
- Menzione d'onore per Michele Carminati (QUI il suo blog con altri lavori) che ha partecipato con delle strisce disegnate dal titolo Il Maestro Yambu. Il concorso prevedeva solo racconti, ma le strisce di Michele sono così divertenti che meritavano una menzione. Maestro Yambu è la striscia quasi autobiografica di Michele alle prese col suo maestro di fumetto, uno scorbutico disegnatore sardo, grande amico, che risponde al nome di Fabiano Ambu.
Ai primi due classificati vanno una lito e un senitype ciascuno. Mentre per i terzi parimerito assegno il senitype a Righi e la lito a Fantoni. Verrete contattati direttamente via mail per la consegna dei primi.
Vedo già Michele che si domanda, ma la menzione che comporta? Beh, la pubblicazione delle strisce su questo blog. Vi delizio con la prima. Poi, a partire da giovedì, con cadenza quotidiana pubblicherò i racconti dei quattro vincitori. Ogni racconto sarà accompagnato da una striscia di Michele. Domani partiamo con Ritorno alle origini di Emanuele Borghetti.
Ringrazio tutti i partecipanti, rinnovo i complimenti ai vincitori e vi lascio con il Maestro Yambu:
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